Non ti muovere.

Domenica mi sveglio più tardi e, se possibile, peggio di sabato. Alzarmi è un'impresa: mi sembra che davvero non ce la faccio. E sempre di più sento il mio corpo come uno sconosciuto che non mi piace. Mi chiedo dove sono andata a finire mentre ragiono che ho solo due strade. La prima: cedere. Mollare. Lasciarmi andare a quello che sento. La seconda: alzarmi, reagire, patteggiare con il mio malessere. Sono le dodici e mezza quando decido che ce la posso fare. Lo stomaco mi insulta perché non ho fatto neanche colazione. Prendo la macchina, compro il giornale e vado al Drugstore. In testa non ho niente. Mi metto in fila insieme ad altre dieci persone che la domenica a pranzo decidono di andare a mangiare da Mc Donald, come me. Cerco di capire chi sono, perché lo fanno. Cambio idea sul panino una quindicina di volte, alla fine prendo l'hamburger. Non mi va. Mi siedo sola. Mi vergogno. Faccio finta di leggere il giornale. E' scomodo. Mi sento fissi addosso gli occhi di un uomo. Gioca col figlio, aspetta la moglie e mi guarda. Mi vergogno. Vorrei lasciarlo quel panino, non mi va di mangiare davanti a tutti. Lo stomaco mi minaccia, è l’unico motivo per cui continuo. Veloce. Finalmente mi alzo. Butto metà patatine e tutta la Cola. Scappo in macchina. Mi sembra di giocare a nascondino, ma senza averne voglia e senza sapere con chi. E' presto. Sono le due. Non so che fare. Ho la testa vuota e l'istinto di tornare a casa sempre in tasca. Leggo il giornale, ferma, lì, dentro la macchina. Sono le due e un quarto. Decido d'un botto. Vado a vedere Non Ti Muovere alle tre. Guido fino ai Parioli. Mi fermo al bar a prendere un caffè: i camerieri litigano. La mia testa è vuota e la mia anima sempre più fragile. La sento tremare. Sento già la me bambina piangermi dentro. Al cinema c'è un pubblico che fa vomitare. Mi dispiace che siano le lettrici della Mazzantini, quella massa di sguaiate borghesi che parlano a voce troppo alta, tronfie dentro pellicce ormai vecchie, ingioiellate e accompagnate dalle amiche o da un marito annoiato fino alla morte che non se le caga più da almeno 30 anni e che avrà un moto, un sussulto, solo sulla scena in cui Castellitto si scopa di brutto la Gerini piegata su un tavolino coperto di conchiglie.

Mi metto a un'estremità, pregando che nessuna di quelle mi sieda accanto. Il film parte e inizio a piangere appena vedo Italia. Piango sulla sua casa, sulla sua bocca, sul suo cane. Piango sul suo modo di camminare, sui suoi occhi sempre umidi e su quello sguardo che sa di essere incompreso. Piango sul bar dove lavora, piango quando Italia ride. E quando Italia spera e quando Italia muore. Piango come una che sa già come va a finire. E so che lo saprei anche se non avessi letto il libro. Piango fuori, piango dentro. A due voci. Quando il film finisce mi sento devastata, ammalata sul serio. Ora voglio andare a casa. Ma prima devo tornare al Drugstore. Sono pacatamente fuori di me. Prendo un cestino e inizio a riempirlo di roba. Pago qualcosa come 40 euro in buoni pasto. Un furto voluto. Vado a casa. Faccio avanti e indietro, con il cesto di panni sporchi. Poi, più veloce di quanto pensi, è sera. E sono davanti al mio minestrone. Italia non mi lascia mentre senza vederla guardo la tv. La me bambina ora è fuori da me. La tengo sulle ginocchia. Guarda lo schermo con gli occhi spalancati. Fuori c’è un cane che non smette di abbaiare. Sembra Crevalcore. Io vorrei affacciarmi e gridargli “Vaffanculo!”, invece resto ferma mentre qualcuno bussa alla porta. Allora mi alzo e vado ad aprire. La me bambina scappa a nascondersi.

Quando torniamo in stanza non la vedo più neanche io.