Abbiamo parlato, credo, di tutta la verità di questa faccenda che si chiama droga e quando si dice che la verità fa male col cavolo che è un modo di dire. E’ talmente vero che spesso hai la sensazione di non riuscire a sopravvivere ad una parola di più. Parlare con un tossicodipendente è comunque un’esperienza incredibile: sono discussioni che ti portano per mano in tunnel talmente bui, neri e sconosciuti che non considerarli una prova interessante sarebbe ipocrita. Discuti con una persona che ti dice “a me non interessa di niente. Se mi chiedi cosa mi piace io ti rispondo niente o che non lo so. Io non amo nulla, non amo me né nessuno; mi sveglio la mattina e faccio quello che faccio per inerzia. Non mi frega niente di niente. Non ho veri amori né interessi, non ho stima di me, vorrei stare da solo ma non ci sto soltanto perché non ne ho il coraggio. Non so chi sono e la cosa più bella per me è Lei, l'eroina, perché niente al suo confronto può mai essere più bello e affascinante. Quando tento di smettere mi ritorna presto la voglia perché mi sento solo e perché mi annoio. E non so resistere perché Lei è la soluzione perfetta al cui confronto nulla regge”. Discorsi così, fatti in riva al mare di Ladispoli, con una temperatura primaverile che dovrebbe farti venire solo pensieri belli: il cielo è azzurro, la sabbia quasi calda, tra un po’ sarà estate, accanto a te i ragazzi mangiano i primi gelati, noi…parliamo di morte. Contrasti che tagliano in due il cuore e continuano per tutto il giorno. La sera si va a cena a Ceri, un paesino di 15 case dentro le mura di un castello. Un paesino che è un sogno; mentre cammini hai la sensazione che potresti incontrare per quelle viuzze Cenerentola senza stupirtene: dentro è tutto scalette, pietre e fiori sui balconcini, intorno, fuori dalle mura, è solo verde e sconfinate colline. Sei in Paradiso ma continui a parlare dell’inferno. Entrati nella chiesetta di Ceri io mi rifaccio il segno della croce dopo anni; vedo la statua di un santo e mi avvicino: ci sono delle candele; sono tutte accese meno che una. Dalla tasca prendo due monete, le metto dentro e accendo la candela. E’ per Cristiano, il mio amico appena morto di cancro a 26 anni, e mi tornano le lacrime agli occhi mentre ripenso a lui per la milionesima volta in questa settimana. Gli dedico un padre nostro decidendo che non importa se io non credo. Non credo per me ma decido che per lui posso credere. Mezz’ora dopo però sono di nuovo insieme a lui, il mio amico tossicodipendente, davanti ad un meraviglioso piatto di pasta fatta in casa e i discorsi sono più o meno questi: “Ma ti buchi o sniffi e basta? Ah, ho capito, sniffi. E quanto dura l’effetto? - ho capito dodici ore - e certo, dipende quanta te ne fai - e a che ora? - e si, adesso capisco come ti senti: tutto è più facile, i problemi non sono più problemi, tutto si risolve; già, immaginavo che la prendessi dietro l’ufficio - e dimmi, siamo amici, ti ho mai visto non fatto? La risposta è no: lo eri sempre. Ho capito. Bene. Bravi. Come siamo adulti e sinceri”. E mentre penso questo vado in bagno lasciando la grigliata di carne sul piatto; non devo fare pipì, devo guardarmi allo specchio; ho una faccia allucinata. Gli occhi lucidi, le pupille allargate, le guance rosse e mi fisso in modo strano. E’ successo che ho sniffato la tua malattia attraverso i tuoi racconti. In macchina, tornando, mi dici che è bello avere un’amica con cui parlare, perché ti senti meglio. Ti ha fatto bene sfogarti; ed è in quel momento che io capisco la teoria dei vasi comunicanti: in quelle ore tutto il male che era in te è travasato in me, fluidamente. Tu ti senti meglio, io uno zombie che supplica solo il letto e il sonno.
Poi mi concentro su questo pensiero, si tratta di me e realizzo che è assurdo. Non sono riuscita a darti un solo motivo per avere voglia di smettere. Così decido che non penso più a te e rifletto su di me, sui miei di sbagli. Decido che non possiamo farci le prediche a vicenda e poi fare gli stronzi con noi stessi. Non vale, è scorretto. Non posso rimproverare te solo perché tu hai scelto una soluzione condannabile e pericolosa universalmente e poi lasciarmi andare ai miei errori perpetui solo perché questi non si iniettano in vena o non fanno rischiare di morire. E’ da vigliacchi. Io faccio le prediche a te e poi continuo a farmi venire l’ulcera tutti i giorni. A che gioco stiamo giocando? Finiamola. Perché qui si crepa e si crepa sul serio. Una mattina ti svegli con il mal di pancia, hai 26 anni, e tre mesi dopo muori di cancro allo stomaco in un ospedale di Parigi, tremila chilometri lontano da casa tua. Muori in francese.
Cosa si può aggiungere adesso? Terminare uno scritto è sempre difficile, ma diventa quasi impossibile quando non sei neppure certa del perché l’hai cominciato. Perciò facciamo così. Nonostante alla fine metterò un punto non chiudo.
E’ solo rispetto per la grammatica.